Coronavirus: le 3 regole da applicare per lo smart working

L’emergenza Coronavirus di queste ore sta cambiando temporaneamente il modo di lavorare per i dipendenti di alcune aziende, applicando lo smart working. Ove possibile si cerca di lavorare da casa, da remoto, grazie a un decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale (23 febbraio 2020) che facilita l’avvio di tali pratiche, senza vincoli di accordi aziendali in genere previsti in questi casi.

Limiti territoriali

Non è la prima volta che accade (ricordiamo la tragedia del crollo del ponte Morandi) e può rivelarsi uno strumento prezioso per molti. Al momento il decreto riguarda solo le zone “rosse”, quelle indicate come focolaio di virus e isolate, ma sarebbe auspicabile estendere la semplificazione per l’adozione dello smart working in tutta l’Italia del Nord.

Limiti  tecnologici

In genere lo smart working viene svolto con l’utilizzo di device aziendali, quindi già tutto predisposto perché l’architettura funzioni al meglio. Ma in assenza di tali soluzioni può rendersi necessario e utile anche permettere l’utilizzo ai dipendenti di dispositivi propri.

I dati aziendali

Un secondo passo è accedere ai dati aziendali tramite Vpn attivabili in tempi rapidi, cioè piccoli software direttamente scaricabili su qualunque device proprio, oppure procedere con altri software applicativi di condivisione dati. Questi consentono in generale di condividere documenti, gestire e-mail, conference call a distanza, lavorare a quattro mani.

Gli strumenti e l’emergenza

Questo metodo di lavoro si spera prenda piede non solo durante le emergenze ma, grazie a una rapida familiarizzazione, avvenga anche un passaggio culturale. L’auspicio è che si faccia tesorodi quanto questo strumento possa efficace anche e soprattutto in condizioni di normalità.

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